SO GL IE, Personale Fotografica di Marco Passaro

SOGLIEVernissage venerdì 13 maggio 2016 ore 18

in mostra fino al 27 maggio

Laboratorio Fotografico Corsetti

Via dei Piceni 5/7 – Roma

a cura di Eugenio Corsetti e Fabio Benincasa

testo critico Prof. Alessandro Celani

 

 

Noi siamo un segno non significante, indolore, quasi abbiamo perduto nell’esilio il linguaggio.
Friedrich Hölderlin, Mnemosyne

SOGLIE, personale fotografica di Marco Passaro a cura di Eugenio Corsetti e Fabio Benincasa, sfida la concezione della fotografia come mezzo di registrazione della realtà, esplorandone i limiti percettivi e concettuali. Si tratta di quattordici coppie di immagini fotografiche che saranno in mostra presso i locali del Laboratorio Fotografico Corsetti, in Via dei Piceni 5/7, dal 13 al 27 maggio 2016.

Nel lavoro di Marco Passaro le inquadrature fotografiche divengono altrettante soglie da attraversare entro le quali le immagini ci arrivano distorte, slabbrate, sfocate tramite espedienti diversi. Il tormento della realtà rende irriconoscibili le percezioni, lasciando emergere l’evocazione poetica, il lirismo onirico o l’espressionismo luministico. L’oggetto, quella porzione di realtà che la macchina fotografica dovrebbe o potrebbe registrare per creare un’immagine, un documento, perde la sua identità. SOGLIE mette così in crisi la pretesa oggettività del mezzo fotografico, permettendogli di acquistare un senso nuovo e diverso.

Per Marco Passaro la visione fotografica non può, quindi, prescindere dal filtro esperienziale di colui che osserva. SOGLIE riflette esattamente su quanto il filtro della percezione mentale sia al fondo dell’esperienza della visualità. Le quattordici coppie esposte in mostra intendono restituire questo carattere di individualità e soggettività dello sguardo umano grazie all’accostamento, funzionale a suggerire l’ambiguità dello sguardo. Il dialogo serrato che si instaura fra le immagini stimola, anche grazie ai neri vuoti che le separano, il sorgere di relazioni spontanee, elementi lievi e appena percepibili di continuità sui quali si basa la nostra comprensione del reale.

Marco Passaro (Messina 1987) lascia, giovanissimo, la sua città natale, Messina, per trasferirsi a studiare Storia dell’Arte prima a Siena e poi a Roma, dove attualmente vive e lavora. Durante e dopo gli studi ha l’occasione di fare alcune esperienze presso importanti istituzioni romane, sia pubbliche che private, quali il MAXXI, il Palazzo delle Esposizioni (nei loro dipartimenti educativi) e la galleria Wunderkammern. Tali esperienze saranno fondamentali alla crescita del suo interesse verso l’arte contemporanea e alla decisione di rinnovarsi completamente e dedicarsi alla fotografia. Già appassionato della tecnica, anche grazie a suo padre, avvocato e fotografo a sua volta, frequenta corsi di fotografia prima alla Scuola Romana di Fotografia, poi presso lo Studio Compagnucci. Nel 2015 partecipa al concorso Ombre, indetto dal Centro Sperimentale di Fotografia CSF Adams, dove si aggiudica il terzo posto grazie allo scatto Di notte gli alberi camminano e, nello stesso anno, collabora come assistente per lo Studio Compagnucci. Nel 2016 realizza le immagini di catalogo e un editoriale di moda per Formespazio creazioni artistiche e artigianali in plexiglass.

cargocollective.com/marcopassaro

Testo critico di Alessandro Celani
SOGLIE, lo sguardo vulnerabile nei dittici fotografici di Marco Passaro

Piuttosto che ai grandi apparati sacri, alle attrezzature medievali di santi e di martiri, alla foglia d’oro, la forma del dittico riconduce alla dimensione nascosta della tasca, della bisaccia sdrucita, all’andirivieni delle mani fra il dentro e il fuori dei mantelli – che fa presto a farsi un dentro e fuori dell’anima -. All’andatura claudicante del viaggio, che è sempre, nel passato e nel presente, un pellegrinaggio. L’ambivalenza del dittico è poi fatta di altro: della durezza del supporto, di legno intagliato, di inserti di metallo e di borchie, e al contrario della sfarinate superfici d’immagine. Esposta alle polveri, ai grani di varia misura e consistenza, alla pioggia, alle affilate correnti invernali, al freddo e al caldo. Un solido e connesso chiavistello a contegno della fragile apparenza delle cose. Come stanno le palpebre e le ciglia al turgido e labile globo oculare. Ugualmente le macchine fotografiche: apparati solidi, oggi sempre di più “sealed” (sigillati), per racchiudere l’ombra imperfetta di uno sguardo. Il dittico poi, che lo vogliamo o no, è sempre uno specchio. Sia perché esso si porta al volto, come gli specchi, sia perché esso è doppio e ci dimostra il nostro osservare e il nostro essere osservati. E reduplica con la sua stessa forma il nostro essere nel mondo.

Molte di queste cose e altre, che sommerse ci raggiungono per vie di genealogie d’immagini, appaiono in SOGLIE, la serie fotografica di Marco Passaro, oggi a Roma ma nato a Messina. E per questo, piuttosto che il tratto glaciale di Antonello si avverte in esse il disfacimento della luce, e delle materie diverse su cui essa si spezza, della Resurrezione di Lazzaro di Caravaggio. La sua sgraziata eleganza e l’ambiguo movimento verticale, che non si sa s’è un cadere terreno o un levitare nel delirio della visione. Passaro procede per via di schermature, di “soglie” direbbe appunto Luigi Ghirri. Alcune di esse sono fisiche e tangibili: occhiali, specchietti retrovisori, finestre e finestrini, lastre. Alcune più aeree e impalpabili: sovraesposizioni, sfocati, campiture di colore mosse. Per via di Caravaggio vengono di certo in mente molte delle tele di Francis Bacon, autore di trittici ma anche di dittici, e più indietro il tormento dei volti di Pontormo. È nel Francis Bacon intervistato da David Sylvester che si trovano alcune risposte a tanto vaghe suggestioni e domande. E poi, di conseguenza, nel libro su di lui di Gilles Deleuze. Chiede Sylvester se la deformata apparenza dei volti, dei volti cari e amici, non sia piuttosto che un’inconscia ingiuria ai loro danni. No, dice Bacon, non che io volessi, o forse sì non so: non si dice del resto che si uccidono le cose e le persone che si amano?

Ad esempio in “Padre” in cui il volto senza occhiali appare distorto e abbagliato – come se si trattasse d’uno sguardo miope rivolto a sé sulla superficie di uno specchio -, mentre il profilo tagliente con gli occhiali calzati è uno sguardo che si sottrae allo sguardo (viene in mente la Visitazione di Pontormo). O in “Inizio e Fine” dove non resta della vita se non il suo scorrere, il fisico succedersi dei passi, la naturale propensione al gesto vitale – che non ha bisogno di essere imparato, si cammina e basta – piuttosto che la biografia, breve o lunghissima: non più di un abbaglio. La natura procede per insinuazioni, sia in “Attraverso” che in “Giungla”, o perfino in “Requiem”. Ad essa, ridotta ai margini dalle nostre ingiurie, non resta che spiarci e mostrarsi spiata: nessun cedimento alla calligrafia, al confortevole abbraccio delle superfici foliari, alla possanza dei tronchi. E neppure il sogno degli impressionisti. Ma il sottile pertugio che ci raggiunge inatteso, come una freccia. Uno sguardo vulnerabile e dunque gonfio di “ferite”. Sembrano qui potersi richiudere avvolgenti e dentate le valve del dittico. Passaro ci muta in insetti. E ci cattura.

Alessandro Celani, docente presso University of Alberta e fotografo